Dreamers & Doers

Visionari e pragmatici

Immaginare la musica e realizzarla significa misurare la distanza, mai del tutto colmabile, tra un suono interiore e la sua comparsa nel mondo. Prima di essere esecuzione, la musica è figura mentale, attesa, gesto possibile. La filosofia della mente definisce l’immaginazione come un’esperienza che somiglia alla percezione pur avvenendo in assenza dello stimolo sensibile; applicata alla musica, questa idea permette di capire che ogni composizione nasce da una pre-audizione interna, da una forma ancora inudibile che il musicista anticipa, organizza e corregge prima che esista davvero nello spazio acustico. Realizzare la musica, allora, non è soltanto produrre suoni: è tradurre un’immagine sonora instabile in un corpo tecnico, sociale e temporale.  Per secoli questa traduzione si è affidata soprattutto ai simboli. La notazione musicale, ricorda Britannica, è stata la via principale con cui gli esseri umani hanno cercato di fissare ciò che per natura svanisce subito, mentre la registrazione fonografica ha introdotto molto più tardi una seconda logica, quella dei segnali. La differenza è enorme: la partitura non conserva il suono, ma ne prescrive la possibilità; il fonografo e poi la registrazione sonora, invece, trattengono tracce fisiche del suono stesso. Con l’invenzione del fonografo nel 1877 e con l’affermarsi della registrazione come mezzo di massa tra gli anni Dieci e Venti del Novecento, immaginare la musica non ha più significato soltanto pensare una forma da eseguire, ma anche prevedere un oggetto ascoltabile, ripetibile, montabile, destinato a sopravvivere all’evento vivo.  Da qui nasce una mutazione decisiva. Se nella tradizione orale la musica vive soprattutto nella trasmissione incorporata fra corpi, memoria, ripetizione e comunità, nel mondo tecnico moderno essa diventa anche progetto di mediazione. L’UNESCO insiste sul fatto che molti saperi culturali si sono trasmessi storicamente attraverso l’oralità più che attraverso testi scritti: questo vale anche per la musica, che nelle culture orali non è separabile dai contesti rituali, dai gesti, dalle relazioni sociali e dalle forme del ricordo condiviso. La realizzazione musicale, in questa prospettiva antropologica, non è mai un atto puramente individuale: è l’uscita pubblica di un’immaginazione che prende forma dentro una comunità di pratiche.  La tecnologia, però, cambia radicalmente il rapporto tra mente e suono. Con la musique concrète, sviluppata da Pierre Schaeffer a partire dal 1948, il materiale della composizione non è più soltanto la nota pensata per uno strumento, ma il suono registrato, tagliato, assemblato, rimontato. Con il sintetizzatore, poi, il musicista non si limita a immaginare melodie o armonie: immagina timbri, frequenze, inviluppi, texture. Britannica definisce il sintetizzatore come una macchina che genera e modifica elettronicamente i suoni, alterandone intensità, durata, frequenza e timbro; ciò significa che realizzare la musica diventa sempre più un lavoro di progettazione del possibile sonoro. L’immaginazione non precede soltanto l’opera: viene rieducata dagli strumenti che la rendono realizzabile. Per questo immaginare la musica e realizzarla è una delle grandi scene antropologiche della modernità. L’essere umano non si limita a esprimere un suono che ha dentro: costruisce dispositivi per ascoltare ciò che ancora non esiste. Ogni nuova tecnica amplia il repertorio dell’immaginabile e, nello stesso tempo, modifica l’orecchio, la memoria, l’attesa.