
Se nel marketing digitale la rete serve a catturare attenzione, nel mondo dello spettacolo serve a catturare esistenze. Non si vendono più solo prodotti, ma identità, sogni, possibilità di essere visti. È un passaggio più sottile e più radicale: dall’oggetto alla persona. Guy Debord, nell’opera “La società dello spettacolo”, lo aveva anticipato con lucidità: “tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”.
Oggi quella rappresentazione è diventata ambiente, ecosistema, destino. La tonnara, anche qui, è invisibile. Non è fatta di corde ma di casting, piattaforme, algoritmi, agenzie, format televisivi e social network. Un sistema che non cerca il talento nel senso più puro, ma ciò che può essere modellato, incanalato, raccontato. Il talento esiste solo se è traducibile in narrazione. La prima rete è quella dell’esposizione.
Chiunque può entrare in mare: basta un profilo, un video, una presenza costante. Sembra libertà assoluta, accesso democratico, apertura totale. Ma proprio questa apertura è la sua forza. Più individui partecipano, più il banco si ingrossa. Più il banco cresce, più diventa prevedibile. Più è prevedibile, più è guidabile. Le piattaforme funzionano come vedette sofisticate: osservano, registrano, anticipano. Non cercano il migliore, ma ciò che genera reazione.
Non importa il contenuto, ma il movimento. In questo slittamento si consuma una trasformazione decisiva: dal talento al comportamento. Non conta ciò che sai fare, ma ciò che riesci a provocare. Reazioni, indignazione, entusiasmo, invidia. Il valore si misura nella risposta immediata.
È una dinamica che Jean Baudrillard avrebbe definito iperreale: ciò che appare conta più di ciò che è. Il banco si muove verso ciò che funziona, non verso ciò che ha senso. Poi arrivano le camere della tonnara.
La prima è quella della visibilità controllata, dinamica precisa in cui algoritmi decidono chi emerge e chi resta invisibile. L’illusione è meritocratica, ma la selezione è opaca. Il percorso sembra aperto, ma è tracciato. La seconda è quella della narrazione imposta. Ogni figura deve essere leggibile, sintetizzabile: il ribelle, il fragile, il vincente, l’emarginato.
Non importa la complessità reale dell’individuo. Conta la sua funzione narrativa. In questo processo, la persona si riduce a personaggio. È qui che si compie la vera metamorfosi.
Come il tonno nella tonnara veniva lavorato e trasformato in prodotto, anche l’individuo nello spettacolo contemporaneo viene elaborato, confezionato, distribuito.
Le sue emozioni diventano contenuto, le sue fragilità strategia, le sue crisi opportunità. Persino il dolore può essere monetizzato, se raccontato nel modo giusto. Oscar Wilde scriveva: “oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”. Nel sistema dello spettacolo, il prezzo è la visibilità, il valore è irrilevante.
La “camera della morte” non è la fine della carriera, ma il momento in cui non esiste più distinzione tra individuo e rappresentazione. Quando ogni gesto è potenzialmente contenuto, ogni parola materiale narrativo, ogni silenzio sospetto. La libertà diventa performance continua.
E il pubblico? Il pubblico non è esterno alla tonnara. È parte attiva del meccanismo. Commenta, condivide, amplifica. È forza motrice, corrente che spinge il banco. Ma è anche, a sua volta, pesce. Perché chi osserva desidera essere osservato.
Chi guarda vuole entrare. E così si crea un sistema circolare: chi è dentro alimenta chi guarda, chi guarda vuole entrare, chi entra alimenta il sistema. Andy Warhol aveva intuito questa deriva quando disse: “nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti”. Oggi quei quindici minuti sono diventati una soglia minima, una promessa diffusa, una trappola sistemica.
La visibilità si è democratizzata, ma proprio per questo si è svalutata. Diventa fase, non conquista. Momento, non percorso. Il banco si sposta rapidamente, la rete si chiude altrove. Ciò che resta è spesso un senso di svuotamento. Identità costruite più velocemente di quanto possano maturare. Successi consumati prima di essere compresi.
Esistenze raccontate più di quanto siano vissute dove la mattanza è silenziosa. Non c’è sangue visibile, ma una continua sostituzione. Un turnover incessante. Una selezione spietata ma normalizzata. Il sistema non si ferma, perché la sua sopravvivenza dipende dal movimento continuo. Friedrich Nietzsche scriveva: “chi lotta con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro”.
Nel mondo dello spettacolo, il rischio non è solo essere catturati, ma diventare parte della rete che cattura. La domanda allora cambia: non è più “come si entra”, ma “cosa si perde entrando”. Riconoscere la tonnara significa comprendere che la libertà promessa è spesso una forma sofisticata di direzione, che l’autenticità è diventata un format, che la spontaneità è progettata.
Non si tratta di rifiutare il sistema, ma di vederlo.
Perché nel momento in cui lo si vede, anche solo per un attimo, si interrompe il movimento automatico.
E forse, per la prima volta, si smette di nuotare esattamente dove qualcuno ha deciso.
