Se c’è una cosa che il 1976 ci ha lasciato in eredità, oltre ai pantaloni a zampa d’elefante che stringevano dove non dovevano e a una quantità industriale di fumo negli occhi, è l’illusione che una canzone potesse davvero cambiare il mondo o raddrizzare una riga di codice della nostra confusa esistenza.

Cinquant’anni dopo, a guardare quel crinale storico con gli occhi dei reduci di un’epoca che si credeva eterna, quel periodo d’oro della canzone d’autore italiana somiglia sempre più a un’arca di Noè naufragata su un’isola di plastica. Nel 1976 la musica d’arte non era un sottofondo per fare la spesa al supermercato o l’accompagnamento per un balletto di pochi secondi su uno schermo verticale. Era una faccenda maledettamente seria. I cantautori venivano trattati come profeti laici, filosofi con la chitarra a tracolla e, nei casi più gravi, come commissari politici del sentimento popolare.

C’era questa strana idea che l’armonia musicale dovesse viaggiare di pari passo con la profondità del testo, e che se una canzone non conteneva almeno tre metafore esistenziali e un riferimento alla lotta di classe, allora era solo canzonetta, un peccato mortale da espiare nei gironi danteschi del disimpegno. Si stampavano vinili come manifesti rivoluzionari e la qualità era un prerequisito etico.

I sopravvissuti a quella che oggi viene definita, con teatrale disperazione, la catastrofe culturale della musica d’arte guardano al presente con lo sguardo stralunato di chi si è svegliato in un film di fantascienza distopica particolarmente economico. Nelle loro conversazioni, che oscillano tra il fiero reducismo e la satira feroce, il 1976 viene ricordato come l’anno in cui si è toccato il picco prima del grande piano inclinato. Per questi testimoni del tempo, la transizione dai testi fluviali alle rime prevedibili della musica contemporanea non è stata un’evoluzione stilistica, ma un vero e proprio impoverimento programmato, un azzeramento della complessità in nome del minimo sforzo.

La critica ironica che i veterani muovono alla discografia contemporanea colpisce soprattutto la perdita del diritto all’errore. Cinquant’anni fa un artista poteva permettersi il lusso di essere sgradevole, ruvido, persino noioso, purché dicesse qualcosa di autentico. C’era spazio per arrangiamenti orchestrali che non dovevano compiacere nessun algoritmo. Oggi la musica di qualità è stata sostituita da formule geometriche precise, studiate a tavolino per catturare l’attenzione nei primi cinque secondi, prima che il pollice dell’ascoltatore scivoli via verso la distrazione successiva. I sopravvissuti fanno notare, con una punta di acidità, che se un giovane cantautore del millenovecentosettantasei si presentasse oggi a un produttore moderno, verrebbe rispedito a casa con l’invito a snellire i concetti e a trovare un ritornello più orecchiabile.

Quello che i reduci faticano a perdonare al presente, persino più della banalizzazione delle melodie, è il catastrofico malinteso linguistico che ha scambiato la collettività sociale di allora con la comunità social di oggi. Non è una sfumatura da dizionario, è un abisso antropologico. Cinquant’anni fa la musica d’autore fluttuava dentro una collettività fatta di corpi, di stanze fumose, di assemblee e di piazze dove il disaccordo era una cosa fisica, rumorosa, a tratti persino pericolosa, ma maledettamente reale. C’era una densità materiale nei rapporti: per ascoltare un disco bisognava camminare fino a un negozio, spendere i soldi della paghetta, consumare la puntina del giradischi insieme agli amici e poi litigare per ore sul significato di una strofa. La comunicazione era un atto di presenza. Oggi, quella collettività si è atomizzata nella comunità social, un ossimoro vivente dove la vicinanza è data solo dalla simultaneità di un clic e la condivisione si misura in pollici alzati. I sopravvissuti della musica d’arte descrivono il panorama attuale come un grande, immenso vuoto che non risponde più a nessuna legge fisica o sociologica tradizionale; non è una mancanza che si può colmare con un nuovo manifesto, è un vuoto puramente gassoso.

In questa dimensione gassosa, le opinioni, le canzoni e le polemiche evaporano alla stessa velocità con cui si propagano. Se nel millenovecentosettantasei una canzone d’autore generava un dibattito che durava mesi e sedimentava nella coscienza di una generazione, oggi un brano genera un picco di traffico dati che si esaurisce nel giro di quarantotto ore, lasciando dietro di sé solo una nebbia indistinta. La comunità social si illude di partecipare a un evento globale, mentre in realtà consuma solitudini connesse. Il divario comunicativo sta nel fatto che allora la musica univa i diversi per farli scontrare e poi trovare una sintesi; oggi aggrega gli identici in bolle algoritmiche dove l’unica cosa che conta è la conferma del proprio ombelico. Per chi ha vissuto l’epoca in cui le canzoni pesavano come macigni, l’attuale leggerezza gassosa non è libertà, ma la forma più sottile di evaporazione dell’arte, un’illusione ottica dove si fa tantissimo rumore per non dire, alla fine, assolutamente nulla.fine, assolutamente nulla.